L'artista Giuliana Guarrata scrive ... “Percorrere” la dimensione del dire artistico è un fondamentalismo esistenziale che traduce il motore emotivo in stimolo espressivo, comunicazione spesso monologa, introiezione visiva.
È, sicuramente, una componente di quell'essere fatuo che ricerca altrove la struttura della realtà. La sua realtà.
Per Salvatore Previti svelare l'immagine di sé incisa nelle sue creazioni è coscienza elaborativa dall'arte=implosione all'arte=esplosione in una corrispondenza tra parola e gesto quale superamento del silenzio creativo. Egli è immune dal gioco dei modelli e dei sistemi in una inconfutabile certezza della propria autonomia tecnica di gestire - volta per volta - il travaso dei fatti della vita in una forma visiva in cui si immerge, assolutamente consapevole del “rischio innovativo”.
L'equilibrio perfetto - in un campo come quello artistico che ricusa l'idea diffusa di perfezione - tra esigenza inevitabile-conoscenza-ricerca riconosce a Previti una forza artistica che diviene originalità ideologica e sperimentalismo mediatico.
La varietà di mezzi, tecniche, strumenti manifesta un orientamento eclettico in cui la dominanza, precipua nelle grafiche e nelle sculto-installazioni, di primitivismi d'impronta afro-oceanica riducono meandri a tatoo della materia, segni organici sul supporto cartaceo, graffi gessosi. Tattilità eidetica, questa, in cui la commistione sintetica tra emozione informatica e ancestralità trasporta l'osservatore da luoghi del vedere a luoghi del sentire.
Il colore, cromatismo del pensiero, è emozione segnica sia nell'approccio grafico che nel pittoricismo scultoreo laddove il processo di de-costruzione diviene genesi attiva, input puro con rimando a stilemi arcaici in cui la continuità metamorfica disegna l'unità percettiva. In tal senso, la funzione incisiva del segno - feritoia dello spirito - smaterializzando la forma-idea la ricrea, eternandola, alla ricerca di un archetipo che trasformi decorativismo in movimento creativo, ritmico e musicale. Moduli, patterns, codici agiscono da mediatori tra la sacralità dell'astratto e l'"emozione informatica" assurgendo a parametri di un linguaggio che cripta la trasmissione relazionale.
Quell'horror vacui che trasferisce l'osservatore dentro tracciati, simboli e campiture è modalità di catalizzare - e non per barocchistico edonismo - l'energia esterna in un coinvolgimento che, proprio perché latente, assume ruolo totalizzante in un serioso gioco in cui le opere di Previti si trasformano in “macchine emotive”. Macchine in cui il culto assiomatico per la linea riporta agli olii di Georges Mathieu: il mito “calligrafico” è il mezzo con cui l'artista depura nell'operazione pittorica l'agire tecnologico. Ma è la fluidità con cui l'autore sembra visualizzare il tempo a cristallizzare sensazioni, trasmissioni introiezioni in rimandi visuali riconoscibili: è il caso di menhir, il cui principio deformativo affida l'oggetto a un nuovo assetto del pensiero in una sapiente commistione di rimandi che ne dis-velano il senso.
Quale senso? Quell'irrinunciabile senso dell'arte che Previti offre a noi come credo ideologico e, al di là del significante, fa vibrare di un'autonoma dirompente vita…


Francesca Marceca scrive ... Salvatore Previti presenta un nucleo significativo di opere nelle quali il tema del rapporto uomo-conoscenza-realtà trova inedite ed inusuali espressioni. Egli esplora simboli, codici, strutture di cui l'uomo si serve per elaborare le sensazioni originariamente caotiche del mondo, mettervi ordine e padroneggiarle. Il loro costituirsi in reti intricate e decorative ne esprime la bellezza e la concomitante forza di imprigionamento e di costrizione: legami non più fisici-istintuali ma sempre più astratti, mentali, informatizzati. L'uomo che conosce ed ordina in complessi di cause primariamente immaginarie-mitiche, successivamente determinanti-scientifiche, perde in questi passaggi l'impressione intuitiva, assoluta e unica suscitata dalla realtà? La purezza originaria e la dimensione mitica vengono per sempre perdute all'affermarsi del metodo scientifico? La mela di Newton è la stessa mela morsa da Adamo ed Eva? (bassorilievo "Fisica"). Sulle superfici, antichi simboli mitici, religiosi, scientifici di varie epoche e popoli si intrecciano a segni che prefigurano i simboli futuri e tutti interloquiscono fra loro (tela "l'occhio dell'oracolo"). Osservare le opere e cogliere tale dialogo aiuta lo spirito a porsi in un rapporto libero con il mondo dei segni e delle immagini superando il culto statico del simbolo: conformità che non produce turbamento e non apre nuove strade. Raccontare i vincoli e la liberazione che lo spirito subisce da parte dei mondi simbolici da esso stesso prodotti è un invito a recuperare la capacità di vivere esperienze originarie libere per potere andare alla ricerca di nuovi significati e significanti. Mettere in luce il rapporto tra il dinamismo che instaura le differenze e la staticità che le preclude è un invito a riprendere la responsabilità delle proprie escogitazioni, della propria libertà, del proprio destino. Diverse sono le chiavi di lettura della realtà che si incontrano e si intrecciano, segno profetico della necessità di una riconciliazione dello spirito umano che, artificialmente frammentato, sembra voler dimenticare le proprie radici e la propria unitarietà. Il ramo usato dagli uomini primitivi come prolungamento concreto dell'arto, ha profonde analogie con il computer, estensione virtuale del cervello. Le macchine stesse, decontestualizzate, divengono nelle installazioni espressione artistica di una bellezza intrinseca ( "Computer core"). La tecnologia non è più strumento-oggetto ma soggetto artistico, al quale viene restituita quella dimensione passionale, ludica, creativa e mitica che la tecnocrazia delle moderne società industriali esautora.

Francesca Marceca